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Duecento milioni di donne «sparite»
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Duecento milioni di donne «sparite» Un rapporto denuncia gli orrori del genocidio nascosto
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - E' stato ribattezzato «The Hidden Gendercide» , il genocidio nascosto delle donne ed è lo sterminio di massa più spaventoso e drammatico della storia: più micidiale, per numero di vittime, sia dell'Olocausto ebraico, sia di tutte le guerre e i conflitti armati del XX secolo - secondo gli storici il periodo più cruento della storia umana - messi insieme.
Ad occuparsi, per la prima volta, del problema è il Centro per il controllo democratico delle Forze armate (Dcaf) di Ginevra, una fondazione internazionale che si batte da anni per un mondo più sicuro. «La comunità internazionale sta assistendo inerte al massacro di Eva», punta il dito il Dcaf in un rapporto di 335 pagine intitolato «Donne in un mondo insicuro». Mentre tra il 1992 e il 2003 il numero di conflitti armati «gravi» (con più di mille morti in battaglia) sono scesi dell'80%, la guerra quotidiana delle donne si è fatta ovunque più cruenta e mortale.
DESAPARECIDAS - Le statistiche parlano chiaro: circa 200 milioni di donne, ragazze e bambine sono «demograficamente scomparse». Un eufemismo che nasconde uno dei più scioccanti crimini contro l'umanità: la sistematica eliminazione delle femmine, solo in quanto tali, vittime di omicidi, fame, povertà e discriminazioni di ogni tipo. L'inoppugnabile «soluzione finale», per molte, inizia già prima di nascere. «Almeno 60 milioni di bambine sono state "cancellate" in seguito ad infanticidi o aborti selettivi di feti femmine, resi possibili dai progressi tecnologici», spiega Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia 1998 e uno degli studiosi interpellati dal rapporto, che si avvale delle statistiche delle maggiori organizzazioni internazionali, dall'Onu all'Oms.
In Paesi quali Cina, Corea del Sud, India e Nord Africa le pratiche anti-bambine sono all'ordine del giorno. Tanto che nell'ultimo censimento cinese il rapporto maschio-femmina era di 119 a 100, mentre le normali percentuali biologiche sono di 103 bambini ogni 100 bimbe. Lo stesso avviene in India, dove il commissario del censimento stima che «parecchi milioni di feti» sono stati abortiti negli ultimi due decenni «in quanto di sesso sbagliato».
VIOLENZA - Ma la «condanna in base al sesso» prosegue anche dopo la pubertà. Ogni anno 3 milioni di donne e ragazze sono uccise perché femmine. Ovvero più dei 2.8 milioni di individui stroncati dall'Aids e dei 1,2 milioni falciati dalla malaria. Per non parlare delle 5 mila donne che ogni anno muoiono bruciate in «incidenti di cucina» provocati dalla famiglia dello sposo, quando la dote è giudicata «insufficiente». Dalla Cambogia agli Usa e dalla Thailandia alla Svizzera, la violenza domestica resta, in assoluto, la più diffusa. Tanto che dal 40% al 70% delle donne assassinate intorno al mondo sono vittime di mariti e fidanzati. La maglia nera appartiene ai paesi islamici. Il 47% delle donne uccise in Egitto sono eliminate da un parente dopo uno stupro che «infanga la reputazione della famiglia». E in Pakistan almeno tre donne vengono freddate ogni giorno in «omicidi d'onore» che restano impuniti al 100% perché, come denuncia l'attivista Nahida Mahbooba Elahi, «la polizia li giudica affari privati e si rifiuta regolarmente di perseguirli».
STUPRI E SALUTE - Nel 2005 la violenza sessuale contro le donne continua ad affliggere una donna su cinque, e non solo nei Paesi in via di sviluppo, portando il totale delle donne violentate ad oltre 700 milioni; 25 milioni delle quali solo negli Stati Uniti. Un netto peggioramento si è registrato anche nel commercio illegale di «schiave del sesso» che oggi affligge tra i 700 mila e i 2 milioni di donne e ragazze, vendute ogni anno attraverso i confini internazionali. Un incremento del 50% rispetto a cinque anni fa. Nonostante le tante crociate internazionali, in aumento un po' ovunque sono anche i casi di mutilazione genitale: 6 mila al giorno (oltre 2 milioni l'anno per un totale di 130 milioni nel mondo). E nei Paesi dove solo i maschi hanno un adeguato accesso alla sanità, sono 600 mila le donne che muoiono durante il parto: una cifra uguale al genocidio del Rwanda nel ’94, ma ripetuta anno dopo anno.
Secondo il Dcaf questo quadro sconcertante è strettamente legato alla mancanza di potere politico-economico «rosa» in un mondo dove le donne costituiscono oltre i due terzi dei 2.5 miliardi di persone costrette a vivere con meno di 2 dollari al giorno, nonché il 66% degli analfabeti. Dove nonostante le battaglie decennali del femminismo hanno in mano soltanto l'1% delle terre del pianeta, il 14% dei seggi parlamentari e il 7% dei ministeri di governo.
di Alessandra Farkas
Articolo preso dal Corriere della Sera del 29/11/2005
www.corriere.it
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| November 29, 2005 | 3:27 PM |
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Progetto Counselling
Related to country: Italy
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lila lega italiana per la lotta contro l'aids
progetto counselling
Il progetto counselling è un progetto a sostegno dei centralini telefonici della LILA, 17 sparsi su tutto il territorio nazionale, che continuano la loro opera di informazione e sensibilizzazione rispondendo a domande di ogni tipo e confrontandosi, giornalmente, con mille richieste e mille quesiti tra i più disparati.
Risposte tese a ridurre l’ansia, a togliere dubbi, a rompere dinamiche comunicative parziali e non scientifiche che causano allarmismi infondati ed incidono pesantemente sul perdurare dei pregiudizi che avvolgono il "mondo dell'Aids", risposte di orientamento legale e difesa dei diritti.
Il counselling telefonico viene fornito a tutte le persone che chiamano per richieste specifiche legate all’Hiv/Aids indipendentemente da comportamenti, stili di vita, sesso, religione o estrazione sociale.
Gli obiettivi del progetto sono: fornire notizie corrette riducendo le paure irrazionali; orientare e sostenere le persone sieropositive o in AIDS ed aiutarle a superare alcune delle loro difficoltà; fungere da supporto per familiari, amici e partner di persone in Hiv/Aids aiutando a superare momenti difficili e di sconforto; offrire alla popolazione tutta informazioni e consulenze rispetto agli aspetti psicosociali, clinici, terapeutici e legali legati all’infezione da Hiv/Aids; mettere in rete i centralini LILA di tutta Italia per poter meglio confrontare i dati raccolti a livello nazionale attraverso un software progettato ad hoc.
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| November 28, 2005 | 4:29 PM |
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LILA dice...
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www.lila.it
Lila dice....
Premessa
Il numero delle persone che vivono con l’Hiv/Aids continua ad aumentare: da 35 milioni nel 2001 siamo passati a 38 milioni nel 2003, sino a raggiungere i 40,3 milioni nel 2005. Si stima che oggi gli adulti sieropositivi siano 38 milioni (17,5 milioni sono donne), di cui la maggioranza risiede in paesi con risorse economiche limitate. Fin dagli inizi della pandemia il numero delle donne affette da Hiv/Aids è in crescita costante, anno dopo anno, per ragioni che si possono ricondurre a una maggiore suscettibilità a contrarre il virus HIV per via eterosessuale, a una minor capacità di contrattazione rispetto a pratiche di sesso sicuro, anche all’interno del nucleo familiare, all’essere spesso vittime di violenze anche domestiche, alle minori risorse economiche a disposizione, a una più bassa scolarizzazione e all’avere un accesso ai servizi sanitari minore rispetto a quello degli uomini.
Sempre nel 2005, circa 3 milioni di persone sono morte di Aids e 4,9 milioni sono state le nuove infezioni. Da quando la malattia è stata identificata, nel 1981, sono morte oltre 25 milioni di persone.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nei paesi in via di sviluppo le persone che necessitano di un trattamento antiretrovirale - vale a dire una combinazione di almeno tre farmaci in grado di inibire la replicazione del virus Hiv - siano almeno 6 milioni. Di questi, però, solo una minoranza può accedere alla terapia, mentre nei paesi industrializzati l’accesso generalizzato ai farmaci ha ridotto i tassi di mortalità dell’80%.
Il 1° dicembre, come ogni anno, si rinnova l’attenzione su scala mondiale al problema Hiv/Aids: ancora un aumento del numero delle infezioni e delle morti a fronte di una difficile e complessa strategia di interventi che ha come comune denominatore l’intenzione di sconfiggere il dilagare dell’epidemia. Ma che cosa si sta realmente facendo, quali sono le azioni concrete dei governi sulla base di dichiarazioni di intenti nobili e condivisi?
L’istituzione più importante a livello internazionale nella lotta all'Aids, l’UNAIDS (Joint United Nations Programme on Hiv/Aids), lancia quest’anno un appello ai governi di tutti i paesi del mondo perché mantengano le promesse fatte e gli impegni presi:
“STOP AIDS. KEEP THE PROMISE”
di seguito a questo documento la traduzione della versione originale dell’UNAIDS
STOP AIDS. MANTIENI L’IMPEGNO!
In Italia più che di promesse non mantenute alle quali appellarci, vista la totale inversione di tendenza di investimenti nella risoluzione di un problema sempre presente, non ci resta che chiedere alle Istituzioni e soprattutto alla classe politica di qualunque “colore” essa sia di MANTENERE L’IMPEGNO nella lotta all’Aids pensando a una strategia nazionale condivisa soprattutto con la società civile e le parti sociali (associazioni, amministrazioni locali, enti pubblici e privati) che da anni sono attive per combattere il vuoto di informazione e di sostegno alla popolazione che trova ancora difficoltà nell’accedere ai Servizi.
Se è vero che si è fatto molto sul fronte della ricerca tecnico-scientifica permettendo alle persone sieropositive di accedere ai trattamenti farmacologici disponibili in Italia dal 1996 e quindi di migliorare le aspettative di vita, rimane preoccupante il calo di attenzione agli aspetti sociali e psicologici che pericolosamente lasciano aperte questioni ancora legate all’imbarazzo e ai tabù nell’affrontare il tema Aids e sessualità: il tutto si traduce in paura, disinformazione, emarginazione e discriminazione e inevitabilmente in nuove infezioni.
Dati COA
A conferma di ciò ogni anno il bollettino del COA (Centro Operativo Aids) dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) riporta una continua crescita di infezioni:
Nel primo semestre del 2005 in Italia sono stati notificati 789 nuovi casi di Aids: 443 diagnosticati solo nel primo semestre 2005, gli altri nei mesi precedenti; in particolare di questi 443 ben 171 li troviamo in Lombardia, 47 in Emilia Romagna, 34 in Toscana, 24 in Veneto, ecc. fino alla Valle d’Aosta e al Molise dove non si sono registrati nuovi casi.
Dal 1982, anno della prima diagnosi di Aids nel nostro paese, a giugno 2005 sono stati notificati 55.286 casi di malattia conclamata con una distribuzione sul territorio nazionale che vede la Lombardia al primo posto con 16.723, poi il Lazio con 7.217 e a seguire l’Emilia-Romagna con 5.369, il Piemonte con 3.685 e via via le altre regioni fino al Molise con 44 casi di Aids.
I dati mostrano anche un aumento dei casi attribuibili alla trasmissione sessuale, sia omosessuale che eterosessuale. Infatti, le caratteristiche di coloro che acquisiscono l’infezione oggi sono completamente diverse da quelle di 10 o 20 anni fa quando lo scambio di siringhe tra le persone tossicodipendenti era il maggior veicolo di propagazione del virus. Inoltre, come nel resto del mondo, anche in Italia il numero delle donne sieropositive è in crescita.
Dati del Centralino telefonico LILA (2004 + primo semestre 2005)
I centralini telefonici della LILA, 17 sparsi su tutto il territorio nazionale, continuano la loro opera di informazione e sensibilizzazione rispondendo a domande di ogni tipo e confrontandosi, giornalmente, con mille richieste e mille quesiti tra i più disparati.
Risposte tese a ridurre l’ansia, a togliere dubbi, a rompere dinamiche comunicative parziali e non scientifiche che causano allarmismi e incidono pesantemente sul mantenimento dei pregiudizi che colpiscono le persone sieropositive.
Profilo dell’utenza
Per quanto riguarda il 2004, sono stati in prevalenza gli uomini a chiamare (77%) rispetto alle donne (23%).
Sul totale delle chiamate che sono arrivate ai nostri centralini, il 31,5% sono state fatte da persone che hanno detto di essere sieropositive mentre il 16,7% ha dichiarato di essere sieronegativo. Il restante 51,8% non ha comunicato il suo stato sierologico, né è stato possibile desumerlo dalla conversazione.
Rispetto al totale delle chiamate in cui viene dichiarata la propria sieropositività, per il 35% si tratta di donne, mentre il restante 65% è composto da uomini.
Cosa ci chiedono
Il 43,7% di chi ci chiama vuole avere informazioni sul rischio di contagio e in particolare sul rischio riferito ai comportamenti sessuali. Chiede spesso informazioni (siamo a quasi la metà delle chiamate) su argomenti che dovrebbe già sapere, perché questa epidemia è presente da oltre vent’anni e - dal 1990 a oggi - sono state spese cifre ingenti da parte dei vari Ministri per finanziare campagne nazionali di informazione: evidentemente con scarsi risultati.
Il 6% circa delle persone che chiamano hanno ancora in mente l’idea che il bacio possa essere a rischio e, se di per sé la cosa può far sorridere, assume in realtà toni assai gravi se si pensa quali livelli di discriminazione e di intolleranza può produrre una simile convinzione. Se, come abbiamo registrato, il 17% delle telefonate ci chiede di fugare i dubbi rispetto al rischio in caso si masturbazione reciproca, allora vuol dire che in Italia siamo lontanissimi dall’aver dato alla popolazione una corretta informazione, come invece vorrebbero farci credere le istituzioni nazionali e locali.
A tutt’oggi il 27,6% delle persone che chiama vuole approfondire le informazioni sul test e sul periodo finestra perché non ha chiaro cosa fare, dove rivolgersi, a chi chiedere informazioni; non ci si deve stupire quindi se l’ISS ci dice che più del 60% dei nuovi casi di Aids sono rappresentati da persone che scoprono nello stesso momento la propria sieropositività e la diagnosi di Aids. Se le campagne fino a oggi proposte su scala nazionale hanno confuso gli affetti con la prevenzione all’Aids e hanno mantenuto vivo il pensiero che, in fondo, chi se lo prende è perché “se lo è andato a cercare”, non possiamo meravigliarci del risultato a cui è giunto lo studio I.CO.NA. (Italian Cohort Naive Antiretrovirals) secondo il quale la trasmissione oggi avviene - nella maggior parte dei casi - in famiglia.
Quando ci chiamano, le donne sembrano essere più informate rispetto agli uomini, ma è significativo rilevare che soltanto il 23% delle chiamate sente una voce di donna che le risponde.
Inoltre l’informazione che le donne ricevono è ancor più difficile da comprendere, perché è tutta declinata al maschile e non c’è nessun servizio, nemmeno quelli che si definiscono dedicati, che adatti quell’informazione al loro corpo, alle loro pratiche sessuali, alla necessità di tutela che una sessualità penetrativa imporrebbe di adottare.
Le donne che ci chiamano sono infatti le donne sieropositive perché spesso si sentono ancor più sole, isolate e discriminate degli uomini.
Cosa ci dicono
In generale, possiamo dire che il 38% delle telefonate riguardanti il rischio di contagio sono frutto di timori immotivati che derivano da una errata percezione del rischio. Ciò può avere almeno due cause: una sicuramente riconducibile a una cattiva informazione che non aiuta il singolo a percepire il pericolo reale; l’altra è invece legata a una modalità cognitiva “selettiva” che porta alcune persone a percepire solo le informazioni che confermano le proprie paure. Ad esempio questi soggetti spesso diffidano delle informazioni dei media e screditano quelle che l’operatore o l’operatrice sta fornendo loro (“… sì ma se poi si scopre che il bacio è pericoloso?…”).
Questo tipo di atteggiamento, più diffuso di quanto si possa credere, è molto frequente in uomini sposati che si rimproverano per aver tradito la moglie o per aver avuto rapporti sessuali con una prostituta o con una trans. Nel 12,3% dei casi ci chiamano spaventati, anche se ci riferiscono di rapporti avuti con prostitute con cui hanno usato il preservativo in maniera corretta e senza che questo si sia rotto. Oppure, come accade nel 32,5% dei casi, esprimono ansia per aver “ricevuto” un rapporto orale da una persona che non è la loro moglie.
Sono situazioni che possono apparire paradossali ma che raccontano di un disagio diffuso in cui ancora oggi vive buona parte della popolazione sessualmente attiva del nostro paese.
Campagne di comunicazione/prevenzione ministeriali
L’impegno nella lotta all’Aids non può lasciare in secondo piano campagne di comunicazione efficaci volte a sensibilizzare la popolazione sulle modalità di contagio per contenere l’infezione: fino a oggi contiamo pochissime iniziative nazionali ma soprattutto poco incisive sul piano della modifica dei comportamenti perché ancora legate a posizioni oscurantiste che non permettono di fare informazione corretta e laica parlando esplicitamente dell’importanza dell’uso del preservativo.
Le statistiche evidenziano chiaramente come la diffusione del virus Hiv avviene oggi per lo più attraverso il contagio per via sessuale e su questa evidenza non si può restare pericolosamente arroccati su posizioni moraliste comunicando alla popolazione quali scelte di vita sono più o meno pericolose: la castità e la fedeltà non sono principi realistici da consigliare se si vuole davvero incidere sulla modifica dei comportamenti a rischio tra la popolazione sessualmente attiva, specie nell’odierno contesto storico e culturale.
Il preservativo - insieme all’educazione sessuale e al controllo delle infezioni sessualmente trasmesse - è uno dei punti fondamentali delle campagne di informazione e prevenzione approvate dall’OMS in tutti i paesi del mondo: ma, mentre la maggior parte degli stati europei confeziona progetti di comunicazione parlando esplicitamente del profilattico, l’Italia sta ancora a guardare vincolata a scelte comunicative troppo influenzate da una cultura confessionale. Inoltre, l’alto costo dei condom è da sempre una barriera al suo utilizzo soprattutto da parte dei giovani.
Campagne mirate
Il linguaggio adottato non può tralasciare i targets specifici ai quali si rivolge: sono necessari accorgimenti particolari se la comunicazione sui comportamenti a rischio arriva alle donne piuttosto alle persone omosessuali, ai giovani o alle persone sieropositive. L'esperienza della LILA – da anni impegnata nella prevenzione dell'Hiv attraverso interventi specifici nelle scuole, nei locali notturni e in eventi esterni sul territorio – evidenzia come l'uso di un linguaggio mirato e consapevole delle abitudini dei destinatari (nel pieno rispetto di tutti gli orientamenti sessuali) sia uno strumento fondamentale per raggiungere gli scopi della comunicazione operata. Allo stesso modo le campagne di informazione nazionale dovrebbero tenere in grande considerazione questo aspetto. Che dire infatti della completa assenza, per esempio, di iniziative nazionali dirette agli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (MSM), come se questi milioni di persone non esistessero e i loro comportamenti non riguardassero istituzioni nate per tutelare la salute di tutti i cittadini e le cittadine al di là del loro orientamento sessuale.
Hiv e Donne
Anche per le donne i discorsi sulla prevenzione restano prigionieri di vecchie dicotomie: donne senza sessualità/uomini irresponsabili; donne senza desiderio/uomini incapaci di controllarlo. Vale a dire che ancor oggi la loro vita sessuale ha difficilmente diritto di cittadinanza e che le campagne di prevenzione già in partenza non si interessano né delle pratiche sessuali femminili né dei loro desideri, o – peggio - fanno una caricatura dei loro comportamenti.
In Italia è praticamente assente il profilattico femminile che, molto simile a quello maschile, è in lattice e deve essere inserito prima della penetrazione ogni volta che si ha un rapporto sessuale. Questo preservativo è disponibile nelle farmacie e nei consultori di molti paesi: in Brasile, per esempio, il governo lo distribuisce gratuitamente a tutte le donne che ne facciano richiesta; in Francia il governo, sollecitato dalle associazioni, ha lanciato una campagna specifica su questo prodotto e lo ha reso disponibile a prezzi accessibili. In Italia, invece, lo si può acquistare solo nei sexyshop, come se fosse un giocattolo sessuale e a prezzi molto alti (5 euro circa caduno), mentre dovrebbe essere considerato un’opzione in più per le donne che vogliono gestire in prima persona la propria protezione.
Commissione Nazionale Aids e Consulta del Volontariato
per i problemi dell’Aids
Una strategia nazionale efficace di lotta all’Aids non può dimenticare nessuno degli elementi sociali e psicologici del problema e per fare ciò il coinvolgimento di attori sociali impegnati in prima linea nella lotta all’Aids è di assoluta priorità. Questo aspetto è riconosciuto di vitale importanza da tutte le istituzioni internazionali, UNAIDS compresa, e a volte ribadito anche dal Ministero della Salute italiano, ma a fronte di ciò la realtà è ben differente. Il dialogo tra le istituzioni nazionali e la società civile è spesso assente, nei rari casi dove sussiste spesso è parziale e le posizioni differenti tra istituzioni e associazioni non riescono a trovare una corretta sintesi che produca poi un intervento lì dove è stato individuato il problema.
Nell’ormai lontano 1987 l’allora Ministro della Sanità istituì la Commissione Nazionale Aids che aveva come compito di fornire indicazioni, proposte, svolgere un’azione di coordinamento per contenere l’infezione. Inizialmente le finalità erano soprattutto l'emergenza organizzativa clinico-sanitaria e assistenziale legata all'Aids e ovviamente la sorveglianza epidemiologica. A fronte di ciò le professionalità chiamate in causa dal Ministro, in qualità di esperti del settore, sono sempre state medico-sanitarie. La totalità degli esperti comprende tuttora infettivologi, immunologi, virologi o esperti di sanità pubblica.
Oggi, dopo quasi vent’anni, considerato che alcuni obiettivi generali medico-organizzativi sono stati raggiunti ed è stato costituito un servizio di sorveglianza epidemiologica, crediamo che la funzione di questa commissione vada riconsiderata rispetto alle attuali priorità e modificata di conseguenza. Una corretta ed efficace prevenzione è sicuramente una priorità.
Sarebbe importante includere esperti di scienze umane tuttora assenti dalla commissione (con l’eccezione della sola psicologia). Sociologi, operatori in scienze dell’educazione e dei comportamenti, sessuologi, comunicatori potrebbero finalmente stimolare un piano di prevenzione efficace e diretto alle varie tipologie di popolazione e implementare i programmi di accesso ai servizi e alle cure per le popolazioni vulnerabili: persone con disagio economico e sociale, consumatori di sostanze illegali per via iniettiva, persone che si prostituiscono, persone detenute, migranti.
Irrisolta e insufficiente rimane la partecipazione della società civile alla commissione che vede una sola persona sieropositiva - nominata dal Ministro - come esperta in problematiche delle persone sieropositive.
La Consulta Nazionale del Volontariato per i problemi dell’AIDS, che dovrebbe essere un organismo parallelo alla Commissione e in contatto con essa, nel 2005 non è mai stata convocata dal Ministro lasciando presumere un vuoto istituzionale fino alle prossime elezioni politiche.
Chiediamo all’attuale Ministro un gesto concreto e tangibile di un impegno in materia di AIDS, di provvedere all’immediata ricostituzione, entro il mese di dicembre, della Consulta del Volontariato, incentivandone la collaborazione con la Commissione. Dal nostro punto di vista, una maggiore valorizzazione del lavoro della Consulta si rende oggi ancor più necessaria vista l’importanza che gli aspetti sociali e socio-assistenziali rivestono per le persone con Hiv/Aids. Nello specifico chiediamo:
- che le nomine di Commissione e Consulta avvengano contemporaneamente e per un periodo di due anni, in modo tale da consentire ai componenti una maggiore efficacia programmatoria;
- che il numero di componenti della Consulta chiamati a partecipare alle riunioni della Commissione Nazionale Aids sia portato a 4, in modo da migliorare la comunicazione e la collaborazione tra i due organismi.
Situazione carcere
Ancora un altro asse di fondamentale importanza per una presa in carico totale del problema Aids è la situazione delle persone detenute Hiv+ e in Aids all'interno del carcere.
Ancora oggi la legge 231/99 sull'incompatibilità tra Aids e carcere non viene rispettata, così molte persone ritenute incompatibili con la detenzione vengono recluse nei centri clinici all'interno del penitenziario senza però ricevere adeguata assistenza.
Allo stesso modo le persone sieropositive in terapia non trovano all'interno del luogo di detenzione l'accesso garantito ai farmaci antiretrovirali. Questa grave situazione si protrae da anni e poco si è fatto per garantire un adeguato stanziamento di fondi alla sanità carceraria, ma soprattutto non si è mai concluso l'iter legislativo (d.lgs 22/6799) che prevede il trasferimento delle funzioni sanitarie svolte dall'amministrazione carceraria al Servizio sanitario nazionale. Solo poche Regioni hanno avviato il percorso sperimentale in tale direzione mentre è invece necessario un impegno continuo e attento a livello nazionale.
Già nel 2003 la Consulta Nazionale Aids aveva sollevato questo problema, accolto e fatto proprio da ben 65 parlamentari con un'interpellanza al Ministro della salute e al Ministro di giustizia sulle condizioni di vita e di salute delle persone sieropositive in carcere. Le risposte concrete da parte del governo non sono mai arrivate se non continui tagli ai fondi per la sanità carceraria in occasione di ogni nuova finanziaria.
Riduzione del danno e consumo di sostanze
In questi ultimi vent’anni il consumo di sostanze è stato declinato prevalentemente con i paradigmi della patologia e della devianza. Se nei decenni passati le modalità di risposta sono state soprattutto di tipo sanitario, ultimamente è maggiormente condivisa una visione del problema non legata al riduzionismo biologico. Tale visione, centrata sulla soggettività del consumatore, cerca di coniugare i principi etici dell’autonomia e dell’autodeterminazione nell’ottica dell’alleanza terapeutica.
Quindi, il tema dei diritti, nella dimensione della loro concreta esigibilità, è divenuto tema centrale nelle politiche di inclusione sociale e piena cittadinanza.
Se è vero che la maggior parte delle infezioni avviene oggi attraverso il contagio sessuale - smontando finalmente il preconcetto di categorie a rischio - non si può però tralasciare la preoccupante situazione delle persone con problemi di dipendenza nel quadro dell'imbarazzante progetto governativo.
La proposta di legge Fini–Mantovano, che mira a reintrodurre il reato di consumo di droghe (abrogato nel 1993 da un referendum popolare che vinse con uno scarto superiore ai 10 punti percentuali), rappresenta un enorme rischio e va contrastata in ogni modo possibile, anche - e forse soprattutto - dal punto vista della diffusione dell’Aids. Il rischio è di precipitare nella situazione epidemiologica di quindici anni fa, ricreando un clima diffuso di stigmatizzazione e marginalizzazione ai massimi livelli nei confronti dei consumatori di droghe, costringendo sempre di più queste persone a nascondersi, evitando così i servizi e i progetti di intervento/prevenzione ed esponendosi così a rischi sempre più grandi.
Oltre a essere un problema di ordine politico, culturale e sociale questo è un grande pericolo anche dal punto di vista epidemiologico: i consumatori di droghe NON vivono sulla luna, bensì insieme al resto della popolazione. Contenere il virus Hiv nelle categorie più esposte significa contenerne la diffusione in tutta la popolazione. L’obiettivo è la tutela della salute pubblica e la via da seguire è quella attuata nel resto d’Europa, basata sul riscontro dell’evidenza scientifica.
Dobbiamo ripartire dalla strategia dei quattro pilastri – lotta al traffico, prevenzione, cura/riabilitazione, riduzione del danno – che l’Unione Europea propone e sperimenta da anni negli stati membri come unica strada percorribile, convalidata da centinaia di progetti, sperimentazioni, servizi e relazioni attivate in questi anni anche in Italia.
È folle voler appiattire tutto alla luce dell’ideologia che vuole trasformare tabelle scientifiche di sostanze psicoattive estremamente diverse – con pericolosità e controindicazioni diverse, elaborate per esigenze scientifiche, sanitarie e di trattamento – in categorie politiche funzionali alla condanna non solo dei comportamenti, ma anche delle persone. Parificare tutto, dall’eroina alla cannabis, dalla cocaina all’estasi, dal consumo occasionale a quello ripetuto e dipendente, dallo spaccio al consumo condiviso, ne è la conferma. La proposta generalizzata di pene pesanti e illogiche, a partire da un minimo di sei fino a vent’anni di carcere, punisce quasi allo stesso modo il giovane che sperimenta con gli amici una trasgressione, il tossicodipendente gravemente compromesso nel consumo, lo spacciatore di strada, il grande trafficante che ci specula.
Qualità della vita delle persone sieropositive
Un ultimo appello nel mantenere alto l'impegno per migliorare la situazione in Italia non può prescindere dall'attenzione alla qualità della vita delle persone sieropositive. Ancora oggi esistono disparità nell'accesso ai trattamenti farmacologici tra il nord e il sud del paese dettate da scelte aziendali sulla base di disponibilità di budget. Anche la possibilità di sottoporsi a esami diagnostici importanti e necessari all'individuazione della terapia idonea non è garantita in tutte le Regioni. Ancora, episodi di emarginazione e discriminazione in ambito lavorativo non sono stati cancellati del tutto dal vivere quotidiano. Le persone sieropositive quando si recano al di fuori dei reparti di Malattie Infettive, in ambulatori pubblici o privati o devono essere operate, sono spesso oggetto di discriminazione da parte di medici e di operatori sanitari, così come quando si recano dal dentista.
Siamo perfettamente coscienti di come non sia semplice debellare anni di ignoranza e disinformazione che ancor oggi persistono a danno delle persone sieropositive, ma le istituzioni non devono dimenticarsi che il prolungamento delle aspettative di vita comporta la possibilità di scelte importanti come per esempio quella di portare avanti una gravidanza.
Alla luce delle nuove attese di vita, della giovane età di molte persone sieropositive e della provata efficacia della profilassi materno-fetale nel ridurre la trasmissione da madre a nascituro, molte donne e uomini Hiv+ decidono di avere bambini. Tuttavia l’offerta di servizi di concepimento assistito e di riproduzione assistita per persone che vivono con l’Hiv è quasi assente dal territorio nazionale. Considerando l’importanza del tema della prevenzione sessuale nelle coppie sierodiscordanti (in cui una sola delle persone è sieropositiva) ed essendo l’Hiv un’infezione che si trasmette sessualmente, è ovvio che il concepimento per vie naturali ha in sé un rischio di trasmissione virale all’interno della coppia sierodiscordante che andrebbe evitato.
In Italia vi sono solo un paio di centri - tra strutture pubbliche e private - che riescono a dare una risposta alle coppie che decidono di concepire un bambino utilizzando la tecnica del lavaggio dello sperma, limitando quasi allo zero il rischio di contagio della partner sieronegativa. È invece importante costruire percorsi strutturati di invio a questi servizi ed è essenziale moltiplicare i centri, tenendo conto delle difficoltà di molte coppie ad affrontare le spese per la trasferta.
Una questione invece mai affrontata nel nostro paese è la situazione inversa, quando cioè è la donna a essere sieropositiva e necessiti di una fecondazione medicalmente assistita, operazione che nessun centro italiano offre.
A tale proposito ribadiamo l'appello a rivedere la già ampiamente discussa legge 40 del 2004 che non permette l'accesso alla fecondazione assistita per le coppie sieropositive che non sono in possesso del requisito accertato di sterilità (perché questo è requisito fondamentale per l'accesso alla sperimentazione).
“STOP AIDS. KEEP THE PROMISE”
traduzione della versione originale dell’UNAIDS
FERMIAMO L’AIDS
MANTENIAMO LE PROMESSE
Possiamo farlo?
MANTENERE LE PROMESSE
La ragione frequentemente addotta dalle istituzioni pubbliche per giustificare il mancato impulso alle iniziative di lotta all’Aids è la carenza di fondi. Secondo la Banca Asiatica di Sviluppo, tuttavia, i governi potrebbero benissimo incrementare i finanziamenti dedicati alle misure di controllo e riduzione dell’epidemia. Nel 2003 i finanziamenti erogati da enti pubblici e privati nella regione Asia-Pacifico sono ammontati a soli 200 milioni di dollari. I 5 miliardi di dollari all’anno, corrispondenti al valore massimo di finanziamenti necessari nel periodo 2007-2010, sono pari allo 0,2% del reddito registrato in quest’area nel 2001.
L’utilizzo delle risorse va ottimizzato evitando sprechi e inefficienze: in quasi tutti i paesi della regione l’epidemia non è generalizzata bensì concentrata su precisi gruppi sociali, ma le campagne finanziate si rivolgono all’intera popolazione.
Fermiamo l’Aids. Manteniamo le promesse. Tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite si sono accordati per raggiungere gli obiettivi definiti dall’UNGASS (Sessione Speciale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull'Infanzia) e gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG). È stato così? E che dire degli obiettivi nazionali? Si sono tradotte le promesse in interventi efficaci? Quest’anno, più che mai, dobbiamo fare di tutto per assicurare che le promesse vengano mantenute.
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L’epidemia dell’Aids rappresenta una tragedia per la salute e lo sviluppo. Nel mondo esistono 40 milioni di individui colpiti dall’infezione, dei quali 3 milioni infettati nel solo anno passato. Ciò si sarebbe potuto evitare: conosciamo a fondo la malattia e sappiamo quali sono gli strumenti utili o inutili a contrastarla. E allora, perché non si è agito per evitare il diffondersi del contagio? Perché l’incidenza continua a incrementare anziché ridursi? È necessario assumere un impegno reale a raggiungere degli obiettivi precisi, che aiutino a valutare i risultati conseguiti e a impostare gli interventi successivi.
Gli obiettivi fissati per la lotta all’Aids negli ultimi anni sono stati vari:
2000 - Obiettivi di Sviluppo del Millennio per invertire l’evoluzione dell’epidemia di Hiv/Aids;
2001 - Dichiarazione di Impegno dell’UNGASS, includente numerosi obiettivi;
2003 - Strategia “3 per 5” per accrescere l’impiego della terapia antiretrovirale entro il 2005.
Si è trattato di impegni preziosissimi, ma inutili se non verranno tradotti in interventi concreti. Il tema della Giornata mondiale della lotta all’AIDS nel 2005 – “Fermiamo l’Aids. Manteniamo le promesse” - costituisce un appello rivolto ai governi affinché mantengano la parola data, un richiamo all’assunzione di responsabilità. Si possono trarre delle lezioni utili da un esame attento degli interventi compiuti e delle carenze esistenti.
Esistono segnali crescenti che, mettendo in campo una volontà precisa e risorse sufficienti, si potrebbe invertire la tendenza dell’epidemia. Si può evitare che decine di milioni di nuovi individui contraggano l’infezione, la trasmettano ai loro cari e vadano poi incontro alla morte. Esiste una prospettiva diversa.
Ciò che serve è la volontà politica. Solo pochi paesi hanno attuato interventi efficaci mirati a evitare la diffusione del virus tra chi assume sostanze stupefacenti per via iniettiva, benché questo rappresenti uno dei principali meccanismi di trasmissione dell’infezione da Hiv in questa Regione. Spesso si assumono misure repressive di carattere punitivo, che però si sono dimostrate controproducenti. Ciò che serve per proteggere le fasce più vulnerabili sono coraggio e comprensione.
L’Aids è una malattia che riflette la tragicità delle condizioni sociali esistenti sul nostro pianeta: disuguaglianze profonde, fasce sociali emarginate, sistemi sanitari allo sfascio e politiche volte a tutelare il commercio anziché la vita. Affrontare l’epidemia richiede la ricerca di soluzioni a problemi che si trascinano da molto tempo, come la tossicodipendenza o la mancanza di autonomia per la donna. Ma è proprio qui che ci si apre una strada per cambiare le cose.
Si sta verificando una catastrofe sotto i nostri occhi. Modificare l’andamento dell’epidemia richiede un’azione coraggiosa e immediata, traducendo obiettivi ed impegni assunti in interventi precisi.
LILA - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids - ONLUS
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| November 28, 2005 | 4:02 PM |
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AL MINISTRO STORACE
Related to country: Italy
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Al signor Ministro della Salute onorevole Francesco STORACE
Illustrissimo Ministro,
ci rivolgiamo a Lei in occasione della giornata Mondiale di Lotta all’AIDS per sottoporre alla Sua attenzione ciò che quotidianamente rilevano gli operatori delle nostre sedi sul territorio nazionale e per chiedere un Suo intervento che ricollochi la questione AIDS tra le priorità del Ministero da Lei diretto.
Come avrà avuto modo di vedere anche a seguito della pubblicazione degli ultimi dati epidemiologici nazionali, in Italia il problema della diffusione del virus HIV e tutt’altro che sotto controllo. Il tam-tam mediatico sul superamento dell’emergenza AIDS partito alla fine degli anni Novanta, basato sull’innegabile diminuzione dei decessi, ha a nostro avviso prodotto un progressivo disinvestimento istituzionale a tutti i livelli e un contemporaneo abbassamento della guardia rispetto alle problematiche della prevenzione nella popolazione generale.
Per queste ragioni, e in accordo con il tema UNAIDS del 1° Dicembre 2005 “Mantieni le promesse - Non voltare le spalle all’AIDS” ci permettiamo di esporLe qui di seguito alcune nostre osservazioni e di richiedere un Suo intervento urgente e deciso.
In primo luogo ci spiace segnalare che, a nostro avviso, proprio il Suo Ministero negli ultimi anni abbia metaforicamente “voltato le spalle all’AIDS”, certo non per Sua responsabilità; di fatto, comunque, è innegabile che il tema AIDS sia progressivamente stato estromesso dall’agenda istituzionale.
Alcuni esempi: in Italia, dalla comparsa dell’infezione da HIV, sono state realizzate solo 7 campagne di prevenzione e inoltre, negli ultimi anni, sono sparite del tutto quelle mirate a specifici gruppi di popolazione (persone tossicodipendenti, prostitute, persone omosessuali, adolescenti e giovani). Si è parallelamente assistito al depotenziamento di strutture e Uffici Ministeriali ad hoc e alla riduzione delle risorse economiche stanziate per contrastare la diffusione dell’infezione; altro elemento che appare grave è la mancata ricostituzione della Consulta del Volontariato per i problemi dell’AIDS per l’anno in corso.
Questi, signor Ministro, sono solo tre esempi del disinteresse che è andato via via crescendo a livello istituzionale; chi ne paga le conseguenze sono in primo luogo le persone con HIV e AIDS ma indubbiamente anche, più in generale, la popolazione tutta.
Infatti, come è noto, da qualche anno nel nostro Paese si assiste alla ripresa della diffusione delle infezioni, in particolar modo per via sessuale, sia nella popolazione omosessuale sia in quella eterosessuale; le donne sono tra le più colpite. L’Istituto Superiore di Sanità stima in circa 130.000 le persone affette da questa infezione in Italia, mentre la Commissione Europea indica stime più elevate; il nostro Paese risulta certamente ai primi posti tra i 25 Paesi dell’Unione Europea per numero di infezioni, con alcune situazioni esplosive come quella lombarda che da sola conta un numero di diagnosi di AIDS pari a quello di alcuni Stati europei.
Rispetto all’aumento dei casi diagnosticati e riferibili alle infezioni contratte per via sessuale, ci allarma la mancanza di campagne di comunicazione adeguate e concepite con un linguaggio scientificamente corretto ed esplicito, che spieghino finalmente con chiarezza quali sono i comportamenti a rischio e come ci si può proteggere. Da anni gli italiani sono invitati molto genericamente a fare attenzione, ma i dati dei nostri centralini informativi dimostrano che tantissime persone non sanno ancora oggi come si trasmette il virus HIV e si infettano per ignoranza. Le interferenze di carattere confessionale non possono – ancora oggi, nel 2005! - impedire di indicare quali sono i rischi derivanti dai comportamenti sessuali mentre, contemporaneamente, la maggior parte dei messaggi pubblicitari ci bombarda con allusioni e ammiccamenti al sesso per promuovere gelati, automobili o bevande alcoliche. Siamo ormai al paradosso per cui è lecito puntare tutto sul sesso per vendere un prodotto o fare audience, ma è severamente vietato parlare in modo esplicito di sessualità e profilattico se si fanno campagne di prevenzione all’HIV. È inconcepibile che, in un contesto di questo tipo, le informazioni corrette a tutela della salute pubblica siano praticamente le uniche a subire una censura così pesante.
Anche le persone con HIV e AIDS pagano tuttora un prezzo inaccettabile per l’attuale disattenzione, che trascura anche gli interventi atti a combattere la persistente discriminazione. I volontari e gli operatori delle 16 sedi LILA attive sul territorio raccolgono ancora oggi molte testimonianze di paura e stigma, difficoltà incontrate e iniquità subite che dovrebbero essere superate da tempo. Gli episodi di discriminazione rimangono costanti sia in ambito lavorativo, sia in quello sanitario. Riceviamo segnalazioni su aziende che sottopongono le persone candidate all’assunzione al test per l’HIV, su lavoratori e lavoratrici HIV positivi perseguitati da episodi di mobbing perché ritenuti “potenzialmente” meno produttivi. Per quanto riguarda l’ambito socio-sanitario, siamo contattati da persone anziane sieropositive che si vedono negata l’opportunità di accedere alle facilitazioni per le vacanze estive o, fatto ancor più grave, il ricovero in strutture per la terza età; non sono risolte l’annosa questione dell’accesso alle cure odontoiatriche, degli esami fissati in coincidenza con l’ultimo appuntamento della giornata, della frequente violazione della privacy nelle strutture pubbliche, della scarsissima formazione degli operatori sanitari, che si trovano del tutto impreparati alla relazione con i pazienti e le pazienti HIV positivi. Il compito di combattere questi e tantissimi altri episodi di discriminazione in ambito socio-sanitario non può essere esclusivamente delegato alle associazioni di volontariato.
Risultano inaccettabili le abissali differenze che esistono tra le varie regioni italiane rispetto all’accesso alle cure. Lei saprà, Signor Ministro, che essere persone sieropositive in un dato territorio può talvolta comportare indubbi e obiettivi svantaggi e grossi problemi. Sicuramente chi vive nelle città in cui sono presenti grandi centri di ricerca sull'HIV – i cosiddetti “centri di eccellenza” - può dirsi fortunato; in Italia però questi centri non sono molti. Questi ospedali hanno a disposizione tutti i farmaci fino a oggi registrati – più di una ventina – oltre a una serie di altri ancora in fase sperimentale. Nei reparti di malattie infettive di un normale ospedale invece, non sono disponibili le stesse opportunità: i costi per l’approvvigionamento di tutti i farmaci in commercio in tanti casi non sono sostenibili e quindi le persone sieropositive hanno a disposizione opzioni terapeutiche qualitativamente inferiori. Ciò riguarda anche esami diagnostici e visite: controlli dermatologici ed oculistici, i test per la ricerca delle resistenze ai farmaci, la consulenza di medici specialisti nella cura dei problemi derivanti dall'assunzione delle terapie di combinazione.
Un problema particolarmente grave riguarda inoltre l'acceso a farmaci e cure in molti penitenziari italiani, nei quali le terapie vengono interrotte o modificate senza che ne sia neppure data comunicazione alla persona interessata, esclusivamente in funzione della disponibilità del farmaco nella farmacia del penitenziario. Sulla situazione sanitaria nelle carceri italiane pesa come un macigno la mancata applicazione del Decreto Legislativo del 22 giugno 1999, che stabiliva il trasferimento delle funzioni sanitarie oggi svolte dall’amministrazione penitenziaria al servizio sanitario nazionale.
Ci sembra inaccettabile la situazione di moltissime persone con una diagnosi di AIDS conclamata, un’invalidità civile riconosciuta del 100% e gravi danni fisici permanenti, che sono costrette a sopravvivere con una pensione di invalidità di circa 230 € mensili.
Per queste ragioni, Signor Ministro, richiediamo un Suo intervento immediato, affinché le istituzioni mantengano le promesse e non voltino le spalle ai problemi che l’AIDS pone:
Le chiediamo in primo luogo di spendersi, in concerto con i Suoi Colleghi di Governo, per il reperimento di fondi adeguati, che possano consentire la ripresa di tutte quelle azioni di contrasto alla diffusione del virus HIV che sono state sospese per mancanza di risorse economiche;
La invitiamo a rinnovare il sostegno agli Uffici del Suo Ministero e dell’Istituto Superiore di Sanità, che per anni si sono occupati di AIDS e che da tempo sono stati depontenziati, così come Le chiediamo di promuovere urgentemente un nuovo Programma Nazionale di ricerca sull’AIDS, in cui venga tenuta nella giusta considerazione anche la ricerca sugli aspetti psicosociali cui andrebbe destinata una quota ben diversa da quella definita nel precedente bando del 2003 (solo 607.000,00 € sul totale di 14.180.000,00 €), nonostante tali aspetti siano definiti rilevanti dalla comunità scientifica nazionale e internazionale;
La esortiamo a promuovere studi e ricerche atti a valutare l’efficacia delle terapie antiretrovirali anche in funzione dei costi economici dei farmaci. Riteniamo assolutamente necessaria una presa di posizione su questo tema nei confronti delle aziende farmaceutiche, che impongono costi elevatissimi ai farmaci antiretrovirali, con il rischio che il sistema sanitario non riesca più, nel futuro, a sostenerli. Alcune aziende ospedaliere hanno già disposto interruzioni delle terapie a causa di problemi di budget, e questo nodo va affrontato prima che a pagarne il prezzo siano di nuovo le persone HIV positive;
Le chiediamo di promuovere in tempi brevi una nuova, seria campagna di prevenzione rivolta alla popolazione in generale con messaggi chiari ed espliciti e un chiaro riferimento all’utilizzo del profilattico, parallelamente alla promozione di campagne di prevenzione mirate a specifici gruppi di popolazione quali adolescenti e giovani, persone omosessuali, persone tossicodipendenti, prostitute, stranieri. A tale proposito, teniamo a sottolinearLe che gli interventi di riduzione del danno rivolti ai consumatori di sostanze stupefacenti non vanno intesi quali campagne di promozione al consumo di droghe, ma come efficaci e scientificamente validati interventi di prevenzione terziaria atti a limitare la diffusione del virus HIV e di altri virus trasmissibili per via ematica.
In ultimo Signor Ministro, quale gesto concreto e tangibile di un impegno Suo e del Governo italiano in materia di AIDS, Le chiediamo di provvedere alla immediata ricostituzione, entro il mese di dicembre, della Consulta del Volontariato per i problemi dell’AIDS, incentivandone la collaborazione con la Commissione Nazionale AIDS. Dal nostro punto di vista, una maggiore valorizzazione del lavoro della Consulta si rende oggi ancor più necessaria vista l’importanza che gli aspetti sociali e socio assistenziali rivestono per le persone con HIV/AIDS. Nello specifico, Signor Ministro chiediamo:
* che le nomine di Commissione e Consulta avvengano contemporaneamente e per un periodo di due anni, in modo tale da consentire ai componenti una maggiore efficacia programmatoria;
* che il numero di componenti della Consulta chiamati a partecipare alle riunioni della Commissione Nazionale AIDS sia portato a 4, in modo da migliorare la comunicazione e la collaborazione tra i due organismi.
Ci auguriamo che Lei accolga positivamente il nostro appello e ne condivida i contenuti traducendoli al più presto in azioni mirate e concrete, così che possa essere mantenuto l’impegno istituzionale al contrasto dell’infezione da HIV e nessuno “volti le spalle all’AIDS”.
Torino, 25 novembre 2005
Filippo MANASSERO
Presidente LILA Nazionale
LILA - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids - ONLUS
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| November 28, 2005 | 3:58 PM |
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A mother fo Liberia
Related to country: Liberia
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Liberia - 25.11.2005
A mother for Liberia
Profile of Ellen Johnson Sirleaf, the first African female president
Ellen Johnson Sirleaf On the eve of the second ballot on 8 November, nobody would have bet on her since Ellen Johnson Sirleaf, despite having a long political and economic career, was battling it out with local icon George Weah, the former footballer who is the symbol of the nation and a hero for the younger generation. The prize was the presidency of a country reduced to a desperate state after 14 years of civil war. Against all expectations, however, Ellen won the ballot with nearly 60% of preferences, and yesterday she officially became the first African president.
Her debut. In Liberia few people can boast of a political profile anywhere near as good as Sirieaf’s. 66 years old, divorced and mother of four children, this former Harvard student began her political career in the 1970s as Minister of Finance for President Tolbert. When sergeant Samuel Doe seized power in 1980 following a coup d’état, it was the beginning of the end for Liberia. Corruption and bad government abounded, but the climate of terror introduced by the new president certainly didn’t favour criticism. Ellen Sirleaf was the only one who had the courage to challenge the regime by running for the Senate in 1985, receiving a ten-year prison sentence for her pains, although in the end she only actually served one year before being exiled. She returned to Liberia after two years and began a brilliant career as a financial consultant, during which time she worked for the UN’s Development Programme, the World Bank and the International Monetary Fund. In all these positions Ellen distinguished herself for her skill and professionalism, becoming one of the most important figures in her country.
The Taylor era. In the meantime, things were getting worse in Liberia. The warlord, Charles Taylor, overthrew Samuel Doe and lit the fuse for 14 uninterrupted years of civil war, with Taylor winning the presidential elections of 1997. After having initially supported the rebellion, which probably represents her most important political error to date, Sirleaf distanced herself from the new dictator and ran against him in the 1997 elections, where she finished second with 10% of the vote. She was then accused of treason and once again forced into exile, only returning in 2003 after Taylor had been thrown out of power and a transition government set up. She was appointed president of the commission on corruption, a post she held until she resigned at the end of 2004 in order to take part in the election campaign after severely criticising the ruling executive. Her habit of sticking to her principles and refusing to bow to any form of abuse of power earned her the nickname of “Iron Lady, which she used in her election campaign, and silenced those who accused her of being an accomplice of the old regime.
George WeahMamma Liberia. After her victory Ellen Sirleaf buried the hatchet and declared that she wanted to become “the mother of all of Liberia”, inviting her beaten opponent, George Weah, to join the future government of national unity. But this offer is hard to swallow for a person who was thought to be sure of winning win after the first ballot and who up to now has not accepted defeat. The new president, however, has much more important things to think about, such as how to give her country a future. Sirleaf intends to stick to her main principles and begin with the fight against corruption, which is so endemic in Liberia that UNO were forced to impose an embargo on the wood and diamond trade, the two natural resources that could solve many of the countries economic problems but have up to now only been the cause of war and a great deal of misery. And then of course there’s the problem of Taylor, who is in exile in Nigeria but could be extradited for the crimes committed during the wars in Sierra Leone and Liberia itself. These are just some of the difficult challenges awaiting Ellen Sirleaf, but she could well prove to be the best person to deal with them, far better than any footballers, corrupt ministers or warlords.
Matteo Fagotto
Liberia - 23.11.2005
Una mamma per la Liberia
Profilo di Ellen Johnson Sirleaf, la prima presidentessa africana
Ellen Johnson Sirleaf saluta i suoi sostenitoriAlla vigilia del ballottaggio dell’8 novembre, in pochi avrebbero scommesso su di lei. Ellen Johnson Sirleaf, una lunga carriera politica e economica alle spalle, si trovava a affrontare l’icona George Weah, il calciatore simbolo di una nazione e vero e proprio mito per le giovani generazioni. In palio la presidenza della Liberia, una nazione alle corde martoriata da 14 anni di guerra civile. Contro tutti i pronostici Ellen ce l’ha fatta, ottenendo quasi il 60 percento delle preferenze e diventando ufficialmente da ieri la prima presidentessa africana.
Gli esordi. In Liberia poche personalità possono vantare un profilo politico simile a quello della Sirleaf: 66enne, divorziata e madre di quattro figli, questa ex-studentessa di Harvard comincia la sua carriera politica negli anni ’70 come Ministro delle Finanze del presidente Tolbert. Quando nel 1980 il sergente Samuel Doe prende il potere a séguito di un golpe, per la Liberia è l’inizio della fine: corruzione e malgoverno imperversano, ma il clima di terrore instaurato dal nuovo presidente non favorisce di certo le critiche. Ellen Sirleaf è l’unica che, candidatasi al Senato nel 1985, ha il coraggio di contestare il regime prendendosi una condanna a dieci anni di carcere, di cui solo uno effettivamente scontato. Viene esiliata, ma dopo due anni torna in patria per intraprendere una brillante carriera di consulente finanziaria che la porterà a lavorare per il Programma di Sviluppo dell’Onu, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. In tutti gli incarichi Ellen si distingue per competenza e professionalità, diventando una delle figure di riferimento per il paese.
Immagini della guerra civileL’era Taylor. Nel frattempo in Liberia le cose precipitano: il signore della guerra Charles Taylor rovescia Samuel Doe dando il via a 14 anni di ininterrotta guerra civile, intervallati dalle elezioni presidenziali vinte dallo stesso Taylor nel 1997. Dopo aver inizialmente appoggiato la ribellione, forse il suo maggior errore politico, la Sirleaf prende le distanze dalla nuova dittatura e partecipa alle elezioni del 1997, dove finisce seconda con il 10 percento dei voti. Accusata di tradimento dal nuovo presidente liberiano è costretta al secondo esilio, dal quale fa ritorno solo nel 2003 dopo la cacciata di Taylor e la nascita del governo di transizione. Le viene affidata la presidenza della Commissione contro la corruzione, dalla quale la Sirleaf si dimette a fine 2004 per partecipare alla campagna elettorale non prima di aver aspramente criticato l’esecutivo in carica. La sua coerenza e il rifiuto di piegarsi a qualsiasi forma di sopruso le hanno valso il soprannome di “Iron Lady”, con cui ha condotto la campagna elettorale, e hanno messo a tacere chi la accusava di essere stata complice del passato regime.
Il grande sconfitto George WeahLa mamma della Liberia. Dopo la vittoria Ellen Sirleaf ha deposto l’ascia di guerra, dichiarando di voler diventare “la mamma di tutti i Liberiani” e invitando il grande sconfitto Weah a entrare nel prossimo governo di unità nazionale. Un boccone amarissimo da digerire per chi era dato come vincitore sicuro al termine del primo turno e finora non ha accettato la sconfitta. Questioni di poco conto per la nuova presidentessa, che si deve occupare di problemi ben più seri, come dare un futuro al suo paese. Sempre coerente con le sue idee, la Sirleaf comincerà dalla lotta alla corruzione, una vera piaga per la Liberia, che ha costretto l’Onu ha imporre un embargo sul commercio di legno pregiato e diamanti, le due risorse che potrebbero fare la fortuna del paese ma che finora sono solo state causa di guerre e miseria. Senza dimenticare la questione Taylor, in esilio in Nigeria ma passibile di estradizione per i crimini commessi durante i conflitti in Sierra Leone e Liberia. Sfide difficili, ma per le quali Ellen Sirleaf potrebbe rivelarsi la personalità più adatta. Con buona pace di calciatori, ministri corrotti e signori della guerra.
Matteo Fagotto
from : http://www.peacereporter.net/
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| November 25, 2005 | 11:29 AM |
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Petizione PreservATTIVI
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www.actionaidinternational.it
Petizione PreservAttivi
Insieme ad ActionAid International in Uganda e in Italia, chiedi anche tu al Ministro della Sanita' ugandese di adoperarsi affinché venga garantito che i progressi compiuti nel suo paese nella prevenzione della diffusione dell'AIDS non siano vanificati e affinché sia assicurata un'adeguata politica di prevenzione dell'epidemia.
Fai sentire la tua voce, firma la petizione e invita i tuoi amici ad aderire a questa iniziativa!
Alla cortese attenzione
Dell'On. Jim K. Muhwezi
Ministro della Sanità
Uganda
Onorevole Muhwezi,
mi rivolgo a Lei a supporto delle richieste di un gruppo di persone sieropositive e della società civile ugandese, sostenute da ActionAid International in Uganda e in Italia. Negli ultimi anni si sta assistendo ad un'inversione di tendenza nelle politiche di prevenzione per l'HIV e AIDS da parte del governo di Kampala, accreditato davanti all'opinione pubblica mondiale per essere riuscito a ridurre il tasso d'incidenza di HIV e AIDS dal 30% al 6% in un periodo che va dai primi anni '90 ad oggi, grazie proprio alla franchezza con cui è intervenuto nel dibattito pubblico sulla malattia e sull'utilizzo del preservativo.
Dal 2003, infatti, il governo ugandese ha iniziato a sostenere una politica che scoraggia l'uso del preservativo e propone l'astinenza sessuale e la fedeltà come metodi prioritari di prevenzione; è, inoltre, accusato di ostacolare la distribuzione di 34 milioni preservativi della marca Engabu (la più venduta e distribuita anche gratuitamente nelle cliniche pubbliche)con il pretesto di una loro presunta incompatibilità con i test di controllo qualità. L'imposizione di tasse e i rigidi controlli di qualità sui profilattici importati, hanno inoltre causato un aumento del 500% del prezzo dei preservativi reperibili. Nei primi mesi dell'anno si è infatti registrato un aumento nel tasso d'incidenza del virus di alcuni punti percentuali.
L'offensiva contro i condom è coincisa con la decisione del governo statunitense di stanziare 90 milioni di dollari in favore dell'Uganda per la lotta all'AIDS, a patto che fossero utilizzati a sostegno di campagne che promuovono l'astinenza come unico mezzo di contrasto alla diffusione della pandemia.
La sollecito a fare in modo che il governo ugandese prenda provvedimenti urgenti per fermare questa politica che minaccia i progressi fatti dall'Uganda in tema di prevenzione contro l'AIDS e mette a rischio la vita di milioni di persone, generando sfiducia nei confronti del preservativo. Pertanto chiedo che il governo:
1) Distribuisca i preservativi stoccati nei depositi del governo.
2) Abolisca la tassa sui preservativi importati e renda reperibili i condom Engabu al costo precedente al loro ritiro dal mercato.
3) Prenda provvedimenti concreti per rieducare il pubblico all'utilizzo dei preservativi, efficace strumento di prevenzione contro l'HIV se utilizzati in maniera regolare e corretta.
4) Elimini i programmi di prevenzione dell'HIV basati sulla sola astinenza e fornisca informazioni adeguate e complete sui metodi di prevenzione dell'HIV e sul sesso sicuro.
5) Investighi sul ritiro dei preservativi Engabu dal mercato e fornisca una spiegazione pubblica sull'aumento dei prezzi e sulla difficoltà di reperire condom.
6) Crei uno spazio pubblico di discussione, nel quale la società civile abbia la possibilità di chiedere ragione alle alte cariche governative della mancanza di preservativi sul mercato e del cambiamento della strategia di prevenzione.
7) Come cittadini di questo paese, noi crediamo che la mancanza continuativa di preservativi sia una violazione del nostro diritto di accedere ai prodotti sanitari necessari, pertanto non escludiamo la possibilità di utilizzare mezzi legali contro il governo.
Onorevole Muhwezi, agisca subito e con interventi concreti, anteponendo l'interesse del Paese a qualsiasi altro.
Cordiali saluti,
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| November 25, 2005 | 6:30 AM |
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